Passato presente e futuro della guerra commerciale USA-Cina

15 gennaio 2020 – Fase Uno, la trade war USA-Cina sembra definitivamente terminare per avviarsi verso importanti svolte che coinvolgeranno il commercio mondiale. E invece no, il Covid-19 ribalta nuovamente tutto, nascono nuove tensioni derivanti da pesanti accuse reciproche che riportano in salita la strada che stava conducendo verso un accordo definitivo di pace.

Ma come è nata la guerra commerciale USA-Cina? Chi effettivamente è in una posizione di svantaggio? E, soprattutto, quali potranno essere gli sviluppi futuri?

La trade war è iniziata il 22 marzo del 2018 quando Trump decise i primi dazi contro la Cina accusandola di “aggressione economica”. L’idea di arginare l’avanzata economica della Cina ricorrendo all’arma protezionista dei dazi, in realtà, non è stata partorita da Donald Trump. Il tycoon è solo l’esecutore materiale di una politica aggressiva contro Pechino che da tempo serpeggiava tra i corridoi della Casa Bianca. In ogni caso, nel marzo 2018 Trump annuncia tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio provenienti da diversi Paesi, nel tentativo di ridurre l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti. Nel 2017, tale valore ha infatti raggiunto l’enorme quota di 566 miliardi di dollari, di cui ben 375 miliardi con la Cina.

Non si fa attendere la risposta della Cina: Pechino prepara una lista contenente 128 prodotti statunitensi su cui minaccia di imporre dazi doganali tra il 15% e il 25% se i negoziati con Washington per raggiungere un’intesa dovessero fallire.

A maggio i due Paesi annunciano una bozza di accordo in base alla quale la Cina accetta di ridurre il proprio surplus commerciale offrendosi, tra l’altro, di acquistare beni Usa extra. Pochi giorni dopo, Washington pone fine alla tregua aumentando i dazi su 200 miliardi di dollari di importazione cinesi. Trump apre un nuovo fronte nella guerra commerciale: il 15 maggio il presidente impedisce alle aziende americane di utilizzare le apparecchiature di telecomunicazione straniere ritenute un rischio per la sicurezza. Questa è una chiara mossa contro il gigante cinese Huawei e apre la strada alla guerra tecnologica.

Ad agosto la Cina apre un terzo fronte della disputa con gli americani: la guerra valutaria, che si aggiunge a quella commerciale e tecnologica. Il Dragone permette allo yuan di scendere sotto le 7 unità rispetto al dollaro per la prima volta in 11 anni. Washington accusa quindi i rivali di manipolare la propria valuta al fine di sostenere le esportazioni.

 

Dopo ancora mesi di tensione a settembre la Cina presenta un ricorso al Wto contro gli Stati Uniti per gli ultimi dazi imposti. Trump annuncia lo slittamento di due settimane dell’aumento di dazi sui beni cinesi importanti negli Usa per 250 miliardi di dollari. L’entrata in vigore delle nuove tariffe viene così posticipata dal primo al 15 ottobre. È il segnale della distensione.

Dopo aver incontrato il vice presidente cinese Liu He, al termine di altri negoziati, Trump esce allo scoperto: “Siamo arrivati alla fase uno di un accordo sostanzioso”. Congelati gli aumenti tariffari del 5% su 250 miliardi di beni cinesi importati negli Usa che sarebbero altrimenti scattati dal prossimo 15 ottobre. La parziale intesa comprende i servizi finanziari, i prodotti agricoli e progressi sul contenzioso relativo alla proprietà intellettuale. La Cina acconsente all’acquisto di prodotti agricoli statunitensi per 40-50 miliardi di dollari.

Con lo scoppio della pandemia negli Stati Uniti le tensioni riemergono. Trump non perde tempo ad accusare la Cina di essere l’unica responsabile nei confronti del mondo della crisi sanitaria, pretendendo anche un risarcimento economico. La Cina rigetta le accuse e minaccia di non rispettare gli accordi della Fase Uno, già messi in discussione durante la diffusione del Covid-19 sul territorio cinese tra gennaio e febbraio. Da quel momento in poi è un susseguirsi di dispetti e sgambetti ma le conseguenze non tardano ad arrivare facendo emergere chi è più svantaggiato da questa guerra commerciale.

Nelle ultime settimane lo scontro USA-Cina si è spostato prevalentemente sul fronte tecnologico, non solo per la questione Tik-Tok. Un esempio su tutti: gli istituti negli Stati Uniti stanno affrontando carenze e lunghi ritardi, fino a diversi mesi, per ottenere laptop e altre attrezzature necessarie per le lezioni online. Secondo un’indagine dell’Associated Press rilanciata dalle principali testate americane, le tre maggiori aziende produttrici di computer del mondo, Lenovo, HP e Dell, hanno dichiarato una carenza di quasi 5 milioni di portatili, in diversi casi aggravata dalle sanzioni dell’amministrazione Trump sui fornitori cinesi. Emblematico il caso del distretto scolastico di Morongo, nel deserto californiano del Mojave, dove tutti gli 8.000 studenti vivono in condizioni di disagio e la maggior parte ha bisogno di computer per le lezioni online. L’ordine per 5.000 Chromebook Lenovo fatto a luglio è stato sospeso “da un’agenzia governativa a causa di un componente cinese che non è consentito utilizzare in America”. L’ordine è passato ad HP che aveva garantito che sarebbero arrivati in tempo per il primo giorno di scuola, il 26 agosto, ma la data di consegna è poi cambiata in settembre e ancora in ottobre. I ritardi sono iniziati in primavera e si sono intensificati a causa dell’elevata domanda e delle interruzioni delle catene di approvvigionamento. Poi è arrivato l’annuncio dell’amministrazione Trump del 20 luglio e le sanzioni del Dipartimento del Commercio contro 11 società cinesi, tra cui Lenovo, che ha portato alla paralisi delle consegne.

Quando Trump afferma di non aver bisogno della Cina per la produzione di componentistica ma di voler creare il più grande centro produttivo sul territorio degli Stati Uniti, mente. La Cina viene da una politica di 40 anni che le ha permesso di arrivare ad essere il maggior centro produttivo del mondo, con infrastrutture all’avanguardia e un costo della manodopera ancora relativamente basso. Per gli USA tagliare completamente i rapporti con la Cina è pressoché impossibile ed è complesso effettuare un’operazione di decoupling, ovvero ridurre la dipendenza commerciale dalla Cina. Ma il decoupling dalla Cina non è un’operazione facile, come non è facile rinunciare al suo grande mercato. La geografia potrebbe venire in aiuto: spostare gran parte della produzione nel Sud-Est Asiatico (ASEAN), una regione fortemente integrata e già sviluppata sul versante manifatturiero, anche nel settore elettronico. Come ha scritto Parag Khanna sul Financial Times, sono tante le multinazionali che vedono nel Sud-est asiatico un’opportunità e una meta per trasferirvi la produzione. Samsung già realizza i suoi smartphone in Vietnam, e anche Apple pensa di cominciare a produrre lì i suoi auricolari AirPods. Tuttavia, i Paesi ASEAN non possono competere con le infrastrutture cinesi e questo genera pesanti ritardi nelle esportazioni.

Gli USA sono dipendenti dalla Cina anche nel settore farmaceutico. Molti degli ingredienti chiave per realizzare gli antibiotici non sono, ad esempio, più prodotti da tempo negli States, dove l’ultimo produttore degli ingredienti da penicillina ha chiuso i battenti nel 2004. L’America inoltre l’anno scorso ha importato dalla Cina il 40% dei suoi antibiotici, secondo i dati forniti dalla US International Trade Commission. Con ben 11 mila aziende sul territorio, Cina è inoltre il più grande produttore dei precursori cosiddetti API (active pharmaceutical ingredients) usati come elementi per realizzare le medicine. Secondo le stime della Food and Drug Administration, circa l’80% dei precursori usati in America viene dalla Cina. La posizione mondiale della Cina nella farmacopea mondiale è tale che persino l’India, che fornisce agli Usa il 40% dei suoi API, ne importa il 75% da Pechino. Tutto questo lascia intuire la forte vulnerabilità dell’America, e il potere di ricatto che la Cina ha nei suoi confronti. Come spiega Zhang Weiwei, docente di relazioni internazionali alla Fudan University, “tutti gli ospedali negli Usa sarebbero costretti a chiudere senza le forniture cinesi”.

Nello stesso tempo la Cina non vuole rinunciare al bacino di consumatori statunitense, fondamentale soprattutto per ciò che concerne i prodotti tecnologici. Il presidente cinese Xi Jinping si rende conto della rilevante minaccia all’economia che deriva dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti. La sua strategia a breve termine è quella di gestire la guerra commerciale offrendo concessioni in modo da prevenire un’ulteriore escalation, senza tuttavia cedere riguardo a quelli che Xi considera i fondamentali interessi economici e politici nazionali. Allo stesso tempo, Xi da un lato cerca di rilanciare i consumi privati interni come principale spinta alla crescita economica e, dall’altro, cerca di diversificare i mercati di esportazione cinese. Non è detto che funzionino, ma entrambe le strategie sono pensate per ridurre la dipendenza cinese di lungo termine dagli Stati Uniti.

Attualmente la situazione è in stallo. A poco più di un mese dalle elezioni americane, le trattative con la Cina sulla guerra commerciale passano momentaneamente in secondo piano. A tal proposito non è chiara la strategia che adotteranno Trump o Biden una volta eletti. Per molti Biden cercherà di condurre una politica più accomodante con l’Europa al fine di avere l’appoggio di quest’ultima contro l’egemonia economica cinese. Diversamente Trump, continuerà per la sua strada non risparmiando guerre commerciali anche ai Paesi UE e questo avvantaggerebbe ulteriormente la Cina che potrebbe avere nell’Europa un nuovo forte alleato.

E’ inutile nascondercelo, in questo momento, escludendo i risultati delle elezioni USA, le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sono destinate ad aumentare e l’amministrazione Trump ha solamente accelerato un processo inevitabile. La competizione tra Washington e Pechino si gioca in diversi ambiti e gli USA non ammetteranno mai il sorpasso dell’economia cinese su quella americana. Ci continuerà ad alimentare una vera e propria guerra fredda che, tuttavia, non si spingerà mai oltre sanzioni commerciali limitate proprio perché, come analizzato Cina e USA avranno sempre bisogno della presenza dell’antagonista.

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