La Nuova Via della Seta: paradiso o inferno?

Nelle ultime settimane si sta assistendo ad un infuocato dibattito circa il potenziale accordo tra Italia e Cina sulla Nuova Via della Seta, in vista dell’imminente visita del presidente cinese Xi Jinping fissata per il 21, 22 e 23 marzo. Innanzitutto chiamare il progetto cinese Nuova Via della Seta non è propriamente corretto, infatti, esso va sotto il nome di Bealt & Road Initiative (BRI) ed è stato presentato per la prima volta nel settembre 2013 dal presidente Xi in occasione di un congresso ad Astana, in Kazakistan.

Ma in cosa consiste tale progetto? 

Si tratta di  un progetto strategico che si pone l’obiettivo di raccogliere attorno a sé il sostegno economico e politico internazionale necessario per creare una maestosa opera di collegamenti tra Asia, Europa e Africa. L’obiettivo è migliorare la cooperazione tra i Paesi dell’Eurasia attraverso l’apertura di due corridoi infrastrutturali fra Estremo Oriente e continente europeo sulla falsariga delle antiche Vie della Seta: uno terrestre (Silk Road Economic Belt) e uno marittimo (Maritime Silk Road). La BRI dovrà essere lo strumento per aumentare il peso culturale ed economico della Cina a livello globale, favorendo lo sviluppo tecnologico ed individuando nuove rotte commerciali e nuovi mercati.

Desta curiosità anche l’ipotesi dell’apertura di una nuova rotta: la “Via della Seta Polare”. Il drammatico e progressivo surriscaldamento globale sta aprendo la possibilità di sfruttare maggiormente i mari del nord; si stima, infatti che le rotte polari consentiranno un risparmio di tempo stimato intorno al 25-30%. Sono due i passaggi che potrebbero crearsi: il passaggio a nord-est, a nord della Russia, che permetterebbe di arrivare più velocemente al porto di Rotterdam e il passaggio a nord-ovest, a nord del Canada, che eviterebbe il passaggio attraverso il canale di Panama. Naturalmente entrambe le rotte sono da considerarsi utili sia per l’import che per l’export e permetterebbe alla Cina un approvvigionamento più rapido di materie prime come il gas russo. Al momento tali rotte sono solo ipotesi, considerati anche gli ostacoli burocratici rappresentati dalle convenzioni interazionali degli otto Paesi membri dell’Arctic Council (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti), e tenendo conto delle varie convenzioni internazionali che si applicano anche all’Artico nonché delle dispute territoriali ancora irrisolte.

La BRI in cifre

I numeri fatti registrare finora da tale progetto sono spaventosi. Riportiamo di seguito solo alcuni esempi:

  • 70 Nazioni coinvolte per un equivalente di 4.4 miliardi di persone che rappresentano 1/3 del Pil mondiale;
  • 1.000 miliardi di investimenti per 900 progetti infrastrutturali;
  • creazione di 180.000 nuovi posti di lavoro.

Le priorità della strategia cinese

La promozione dell’interscambio con i Paesi aderenti alla BRI si è resa necessaria dal momento che la Cina attualmente è da ritenersi un mercato saturo, caratterizzato da sovrapproduzione industriale e dalla necessità di internazionalizzare le proprie imprese, attraverso la creazione di multinazionali. Ciò condurrà ad un rafforzamento della valuta cinese, che sarà sempre più utilizzata come moneta principale non solo nei Paesi limitrofi ma anche in Paesi molto lontani dalla Cina, come avviene già ad esempio in Africa. L’internazionalizzazione, inoltre, permetterà alle aziende cinesi di acquisire best practices internazionali, impiegando anche forza lavoro straniera. Inoltre, la Cina intende rafforzare il proprio ruolo politico ed economico e ciò dovrebbe avvenire anche attraverso l’acquisizione di società europee e statunitensi, al fine di migliorare lo sviluppo tecnologico e la reputazione dei brand.

Finanziamenti e finanziatori

Al fine di completare il progetto BRI è stato stimato che le risorse finanziarie necessarie ammontano a circa 12 volte quelle del Piano Marshall. Tuttavia, la Cina ha creato un apposito fondo di investimenti pubblico, il Silk Road Fund, che attualmente conta su una dotazione di 40 miliardi di dollari a cui si aggiungono i contributi della Asian Development Bank e della New Development Bank (la banca per lo sviluppo dei BRICS) che hanno messo a disposizione 100 miliardi ciascuna.
Il fondo conta fra i suoi investitori i nomi più importanti della finanza cinese:
– la State Administration of Foreign Exchange;
– la China Investment Corporation;
– due delle principali banche cinesi: Export-Import Bank e China Development Bank;
– la New Development Bank, costituita nel 2014 dai Paesi BRIC;
– l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con un capitale di 100 miliardi di dollari.
La BRI, inoltre, potrà contare entro il 2030 anche su capitali privati, banche multilaterali e governi stranieri. A tal proposito l’Italia è stato uno tra i primi Paesi europei ad aderire con una quota del 2%.

La BRI dal punto di vista non cinese

Nonostante un programma molto dettagliato e il completamento di diversi progetti infrastrutturali, la BRI viene considerata ancora come una lettera di intenti. La Cina sembrerebbe, in questo momento, intenzionata a dare priorità a tutti quei progetti in grado di preparare una ristrutturazione industriale globale, dove si inseriranno le multinazionali cinesi dopo aver acquisito le best practices internazionali necessarie a competere su scala mondiale.

Un punto interrogativo fondamentale riguarda i finanziamenti: attualmente i finanziamenti disponibili sono molto lontani dalla cifra necessaria per completare il programma. La Cina fa affidamento sull’ingresso di diversi investitori, anche privati, che tuttavia attendono le garanzie che la Cina sarà in grado di dare a livello di trasparenza nella gestione sia amministrativa che in quella dei fondi. Formalmente il Silk Road Fund promette di attribuire le risorse finanziarie seguendo “princìpi di mercato”, ma il timore che del progetto possano beneficiare in particolar modo le imprese cinesi e che i flussi di denaro possano perdersi in assegnazioni poco trasparenti è forte.

Occorre osservare, altresì, che le nuove rotte commerciali disegnate dalla Cina serviranno in primo luogo come supporto logistico per l’export cinese. Tuttavia la BRI non ha tenuto ancora conto delle tensioni che ci sono tra diversi Paesi potenzialmente coinvolti in Medio Oriente, o dei fenomeni di pirateria a cui si assiste nel Mar Rosso. Inoltre, non bisogna dimenticare che la Maritime Road riaprirebbe le tensioni legate al Mar Cinese Meridionale con Taiwan, Filippine e Vietnam.

Il ruolo dell’Italia: opportunità e rischi

Con la sua posizione strategica tra Europa ed Africa, l’Italia è stata da sempre considerata dalla Cina uno Stato chiave nel progetto BRI. Occorre osservare anche che la Cina è un partner commerciale fondamentale per l’Italia nell’import-export marittimo con un interscambio di oltre 27 miliardi di euro. L’Italia, firmando il memorandum d’intesa, avrebbe la possibilità di accedere a mercati ancora poco esplorati rivitalizzando l’attività dei propri porti commerciali: i porti adriatici di Trieste, Venezia, Ravenna e Taranto diverrebbero fondamentali per l’approdo delle navi container proveniente dall’Estremo Oriente attraverso il Canale di Suez; i porti del Sud sarebbero l’approdo per le merci destinate al Centro e al Centro Nord ed infine i porti del Nord Italia rappresenterebbero il canale di accesso all’Europa Centrale.

In realtà il documento che verrà sottoscritto non porta un vero e proprio rischio legale e il contenuto non comporta un impegno reale da parte dell’Italia ma è da considerarsi più come una lettera di intenti di valenza per lo più politica.

Ciò che desta maggiore scalpore è che l’Italia sarebbe la prima Nazione del G7 a firmare il memorandum di intesa con Pechino. Ricordiamo che le trattative per la firma cominciarono addirittura sotto il Governo Gentiloni, il quale è stato uno dei pochi leader occidentali a partecipare alla conferenza inaugurale della BRI a Pechino, indicando che l’Italia ha sempre mostrato interesse ad avere un rapporto più stretto con la Cina. Le trattative sono proseguite attraverso il lavoro di Michele Geraci, sottosegretario del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Economico, che ha condotto i negoziati con l’obiettivo di garantire più successo ai prodotti “Made in Italy” che approdano nel mercato cinese. Entrare nel mercato cinese a questo punto potrebbe significare entrare in molti altri mercati facenti parte della BRI. Inoltre, alcune società italiane sono già state coinvolte da Pechino per progetti infrastrutturali sul territorio africano.

Tuttavia Bruxelles e Washington non hanno accolto con favore l’intenzione dell’Italia. Secondo Garrett Marquis, portavoce del Consiglio della sicurezza nazionale USA, la firma dell’accordo potrebbe danneggiare significativamente l’economia italiana e l’intera immagine del Paese. Gli USA temono, in particolar modo, una rinnovata competizione interstatale, in cui la Cina rappresenta il peer competitor per eccellenza. Secondo gli USA, l’espansione cinese mirerebbe ad escludere gli Stati Uniti dalla regione Indo-Pacifica tramite il monumentale progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative, volta ad implementare l’obiettivo strategico del Partito Comunista, ovvero fare della Cina la potenza preminente del continente eurasiatico.

Diversamente, l’UE, vorrebbe un fronte unito limitando gli investimenti cinesi strategici in Europa, poiché la BRI è considerata un’iniziativa fatta dalla Cina per la Cina. Tuttavia, è da notare che Paesi del G7, in primis la Germania, presentano volumi di export verso la Cina maggiori dell’Italia e la Cina è dunque un partner commerciale fondamentale per tali Paesi. Il timore dell’UE è che la Cina possa prendere il controllo delle principali infrastrutture legate al commercio e manovrarle a proprio piacimento. Inoltre, l’UE si è sempre raccomandata con gli Stati membri di non stringere accordi bilaterali ma di lasciare all’Unione Europea la negoziazione con partner strategici (tra cui la Cina) al fine di stabilire congiuntamente quali progetti realizzare e come realizzarli.

In realtà il documento che verrà sottoscritto non porta un vero e proprio rischio legale e il contenuto non comporta un impegno reale da parte dell’Italia ma è da considerarsi più come una lettera di intenti. Occorre osservare che il rapporto Cina-Italia è stato a lungo positivo e il cambiamento delle dinamiche politiche nell’UE porterà l’Italia ad ignorare le direttive di Bruxelles su questo tema.

Oltre ai vari proclami politici, il Governo italiano appoggerebbe l’iniziativa per rivitalizzare il Sud Italia che ha un disperato bisogno di investimenti in infrastrutture. Poiché l’Italia non potrà aumentare il deficit fiscale in base le attuali norme dell’UE, gli investimenti cinesi sarebbero provvidenziali per garantire lo sviluppo del Sud Italia, con un aumento del traffico commerciale. A tal proposito è lampante l’esempio del porto del Pireo di Atene: dal momento dell’acquisizione, avvenuta nel 2008, il traffico portuale è cresciuto del 300%, diventando uno dei più importanti d’Europa e finendo con l’attrarre importanti aziende come Hewlett Packard (HP), Hyundai e Sony che hanno deciso di aprire i centri logistici in Grecia e di utilizzare il porto come principale centro di distribuzione per le spedizioni verso l’Europa centrale e orientale e l’Africa settentrionale. Sarà, tuttavia, importante non rimanere imbrigliati nei finanziamenti offerti dalla Cina come già accaduto in Pakistan, Myanmar o Etiopia dove il Governo locale si è visto costretto a spalmare il proprio debito in 99 anni.

In conclusione, non è facile poter valutare gli scenari futuri di questo progetto mastodontico. Innanzitutto il contesto politico-economico, rispetto al 2013, è decisamente cambiato e cominciano ad affiorare seri dubbi sulla realizzazione totale del progetto. Molti Paesi destinatari dei fondi cinesi stanno già sopportando un elevato livello di indebitamento e la BRI indebolirà ulteriormente la loro posizione di credito. Molti dei Paesi lungo la B&R sono stati valutati con un merito di credito decisamente modesto dall’agenzia di rating Fitch. Ciò aumenta decisamente i rischi per le banche cinesi che finanziano parti del progetto. Dal canto suo, certamente la Cina non intende abbandonare il progetto ma presumibilmente ridurrà la propria ambizione favorendo un progetto leggermente ridotto rispetto all’originale.

Possiamo affermare che il fulcro del mercato internazionale si sta spostando quasi definitivamente verso l’Oriente; pensare di poter sopravvivere senza commerciare e trovare accordi con i Paesi asiatici è da considerarsi un suicidio economico e sociale. E’ il momento di accettare la superiorità economica cinese ed asiatica e di trovare un connubio con il modello occidentale. Ciò che manca alla Cina e più in generale all’Asia sono il know-how e l’expertise che contraddistinguono i prodotti e i servizi occidentali. Il matrimonio fra questi elementi potrebbe condurre ad un netto miglioramento dell’economia mondiale, dove si incontreranno quantità e qualità nello stesso prodotto o servizio.

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