Il ruolo della Cina nella guerra all’ISIS dopo la strage di Parigi

La Cina condanna nella maniera più forte gli attentati di Parigi. Il presidente cinese, Xi Jinping, ha espresso ieri “la condanna nei termini più forti dei barbarici atti” di Parigi delle scorse ore in un messaggio al presidente francese, Francois Hollande. “In questo momento doloroso per il popolo francese esprimo a nome del governo e del popolo cinese e a titolo personale, la condanna nei termini più duri degli atti barbarici” che hanno colpito la capitale francese nelle scorse ore. Il presidente cinese ha poi espresso le condoglianze per le vittime e la propria vicinanza ai feriti e alle famiglie delle vittime. Nel messaggio a Hollande, Xi ha poi ribadito l’opposizione della Cina al terrorismo e la volontà di collaborare con la Francia e con la comunità internazionale per combatterlo.

A poche ore dalla stage di Parigi, la Cina conferma dunque la propria volontà di proseguire le operazioni militari in Siria, alla luce anche del crescente arruolamento di cittadini cinesi tra le file dell’ISIS. Il Governo cinese sembra, dunque, voler abbandonare il suo tradizionale principio di non interferenza negli affari interni di altri Stati. Ovviamente i motivi alla base di tale decisione non possono essere esclusivamente politici.

Secondo diverse fonti, il coinvolgimento di cittadini cinesi è in continuo aumento. Recentemente il Ministro degli Interni malese, Ahmad Zahid Hamidi, ha riferito che circa 300 cittadini cinesi hanno attraversato la Malesia per potersi unire alle forze dell’ISIS. Negli ultimi mesi un gruppo di combattenti dell’ISIS ha giustiziato tre militanti cinesi, che, dopo aver aderito come foreign fighter, hanno provato ad abbandonare il conflitto. Inoltre, nel mese di gennaio, le autorità cinesi hanno arrestato nella provincia dello Xinjiang 10 cittadini turchi, che si suppone gestissero un traffico di falsi passaporti. Tali passaporti erano utili a garantire l’accesso nei territori occupati dall’ISIS.

Proprio la provincia dello Xinjiang rappresenta per la Cina un tema estremamente delicato. Situata al confine con Pakistan e Afghanistan, viene ritenuta ad alto rischio per la presenza del Movimento Islamico dell’Est Turkestan (ETIM). Gli effetti di un eventuale supporto a tale movimento da parte delle milizie dell’ISIS potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi per il Governo cinese. Pertanto, l’obiettivo della Cina è arginare l’ISIS sia in Siria che in Iraq oltre che all’interno del proprio territorio, cercando di catturare il maggior numero possibile di cittadini cinesi che hanno aderito allo Stato islamico al fine di giustiziarli in patria (anche negli stadi come succede ancora oggi), mandando un chiaro segnale a tutti coloro che intendano intraprendere la medesima strada.

Occorre analizzare anche le motivazioni economiche che spingono la Cina a proseguire tali azioni militari. La Repubblica Popolare Cinese è il maggior investitore straniero nell’industria petrolifera irachena. L’eventuale avanzata delle forze appartenenti all’ISIS porterebbe rilevanti perdite per le compagnie cinesi. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha già dovuto abbandonare i propri stabilimenti in Siria. Il Ministro degli Affari Esteri Ibrahim Jafari ha recentemente osservato che la sua controparte cinese, Wang Yi, avrebbe offerto più volte il supporto cinese nella lotta contro i militanti dello Stato Islamico.

I costi che tale scelta potrebbe comportare non riguardano infatti il singolo caso iracheno, ma andrebbero a stravolgere il concetto di “sviluppo pacifico” cinese, mettendo in mostra una capacità di proiezione militare per la difesa di interessi economici e politici poco conforme all’immagine di potenza non imperialista da sempre proposta ufficialmente dal Governo cinese.

La Cina si trova quindi a dover scegliere tra la difesa dei propri interessi economici e lo stravolgimento della propria tradizionale attività di politica estera. Una sorta di rivoluzione copernicana della politica di basso profilo tenuta finora e che potrebbe avere importanti conseguenze sugli equilibri regionali e globali.

Infatti, l’eventuale scelta interventista cinese rappresenta uno sviluppo auspicabile considerato il suo crescente peso politico ed economico nel mondo; tuttavia, il rischio è che la partecipazione di un paese non democratico, che al posto del “rule of law” impone la “rule by law” (ossia una sorta di fine che giustifica i mezzi) in azioni che non sono ben inquadrate dal punto di vista della legalità internazionale può andare a complicare ancor di più uno scenario nel quale si sovrappongono conflitti e rivalità regionali e trans-nazionali.

Essendo la prima scesa in campo cinese in materia di terrorismo internazionale non si ha conoscenza delle modalità con le quali la Cina deciderà di operare contro l’ISIS. Ciò potrebbe, per certi versi, rivelarsi un problema anche per lo stesso Stato islamico, conoscitore esclusivamente delle modalità occidentali già intraprese contro Al Qaeda. Per tale motivo, qualora Pechino dovesse unirsi alle operazioni in Siria, e in particolare decidesse di spalleggiare le truppe di Mosca, occorre che si convochi una sessione speciale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al fine di stabilire chi agisce e dove e, soprattutto, per far cosa. Questo poiché le risoluzioni adottate mesi fa contro i cosiddetti “foreign fighters” non sono più sufficienti a giustificare l’uso così massiccio della forza.

Infine, non va dimenticato che il bombardamento in Siria a tappeto un po’ dappertutto, senza un coordinamento centrale condurrebbe a danni che, da collaterali, potrebbero fungere da detonatore di conflitti apparentemente non correlati in altre zone dell’Asia.

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