Il neocolonialismo cinese e gli esempi in Africa e Repubblica Dominicana

Pilastro della strategia di politica economica ed estera di Xi Jinping, è certamente la “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative). Varata nel 2013, è considerata da molti una iniziativa ciclopica che intende connettere una settantina di paesi in Asia, Africa ed Europa, con il 65% della popolazione mondiale, produttori per più del 30% del PIL globale e detentori del 75% delle riserve energetiche conosciute. L’attenzione della Cina verso l’Africa ha radici decennali: Il Governo di Mao affermava che la Cina avrebbe dovuto prendere le distanze dalle superpotenze USA e URSS, e da tutti i loro alleati, creando un “Terzo Mondo” alternativo a tali realtà e formato da Paesi non allineati che avrebbero dovuto aiutarsi a vicenda per sconfiggere l’imperialismo e svilupparsi.

I 200 miliardi di dollari di valore dello scambio fra Cina e Africa, tuttavia, hanno aumentato le perplessità occidentali sulla politica cinese in Africa. Per tale motivo, ultimamente, si sente parlare sempre più spesso di neocolonialismo cinese. La Cina ha puntualmente smentito tale ipotesi ribadendo la volontà di promuovere la cooperazione con altri Paesi in via di sviluppo nell’ambito della cooperazione South-South e sulla base di un rapporto egalitario “win-win”. La Cina, inoltre, non ha mai nascosto i benefici economici di cui sta godendo con tale strategia ma, tuttavia, ritiene anche di avere un ruolo benefico per stati africani, facendo investimenti, garantendogli infrastrutture, trasferendo know-how e proponendo strategie di sviluppo che hanno avuto successo in Cina.

A sostegno di tale tesi, analizziamo qualche esempio recente.                                                                                   La scorsa settimana è stato inaugurato, in Mozambico, il ponte sospeso più lungo d’Africa (Maputo-Catembe bridge) che collega da nord a sud la baia di Maputo. Il progetto è stato finanziato al 95% dal Governo cinese ed è stato realizzato dalla China Road and Bridge Corporation, azienda edile statale cinese, responsabile della maggior parte delle infrastrutture realizzate da Pechino in Africa. I rapporti con il Mozambico sono sempre stati molto stretti, rafforzati nel 2007 anche dalla cancellazione del debito mozambicano verso la Cina di circa 52 milioni di dollari. Pechino, oltre ad importare diverse materie prime, sta conducendo diversi progetti ed il ponte appena costruito è solo la punta dell’iceberg della strategia cinese. I due Governi, infatti, hanno siglato anche accordi per la costruzione di altre infrastrutture nel Paese africano, nel quale operano 41 imprese cinesi che offrono lavoro a più di undicimila mozambicani. Nella città marittima di Beira, l’azienda cinese CHICO (China Henan International Cooperation Group) ha iniziato, nel 2015, i lavori per la ristrutturazione del porto, progetto finanziato con un prestito da 120 milioni di dollari dalla banca di investimenti cinese EximBank. Secondo le stime del Governo di Maputo, una volta terminati i lavori il porto sarà in grado di gestire fino a settantamila tonnellate annue di pescato, con un grande impatto positivo sull’economia di tutta la regione. In questa stessa prospettiva si inserisce il progetto, sempre finanziato dalla EximBank, con 416 milioni di dollari, di riabilitazione della strada fra Beira e la città di Machipanda, al confine con lo Zimbabwe. Questo tratto di strada, lungo quasi 300 chilometri, mette in collegamento il porto con le fondamentali rotte commerciali seguite dai camion di Zimbabwe, Zambia e Malawi. Il progetto complessivo servirà quindi l’intera catena di produzione, inclusa l’esportazione dei prodotti trasformati.

Discorso simile per Gibuti ed Etiopia: il primo ha contratto un debito di 1,4 miliardi di dollari con la Cina che sta provvedendo alla costruzione del grande terminal portuale di Doraleh, nel porto di Gibuti. Ha anche finanziato la costruzione dell’acquedotto e della ferrovia di 750 Km fra Gibuti ed Etiopia. Per il completamento della ferrovia, l’Etiopia ha contratto a sua volta un debito di 4 miliardi di dollari con Pechino. Questo debito è stato già rinegoziato e dovrà essere ripagato in 30 anni, non più di 10 come inizialmente concordato.

La strategia di Pechino è quella di creare solide infrastrutture nei punti commerciali strategici dell’Africa, che permetteranno al continente di sviluppare una propria economia costituita da scambi commerciali interni. Ciò permetterà all’Africa di rientrare velocemente dal proprio debito con la Cina e permetterà a quest’ultima di avere uno sbocco fondamentale per la propria economia, diventando il punto di riferimento principale del continente africano. Occorre osservare, infatti, che sono circa 1.300.000 i cinesi in Africa. Secondo uno studio pubblicato da McKinsey, operano in Africa più di 10.000 imprese cinesi, di cui il 90% di esse è posseduto da privati. Occorre ricordare che l’intervento cinese in Africa è una strategia a lungo termine del Governo di Pechino ma, soprattutto, una scelta di mercato di imprenditori e cittadini.

Alcuni risultati eclatanti si stanno già registrando. Ad esempio in Angola, Paese sostenuto ampiamente dalla Cina da molti anni, dove diverse imprese locali si stanno espandendo in Portogallo (storico colonizzatore del Paese africano), colonizzando economicamente alcuni settori.

Ciò che emerge chiaramente, è la volontà cinese di intervenire con progetti concreti, da realizzare in breve tempo, che permetteranno all’Africa di avviare una propria economia non più dipendente da prestiti stranieri, soprattutto occidentali. L’Africa vede nella Cina l’unica potenza economica realmente in grado di rappresentarla e di stabilire un nuovo equilibrio economico.

La strategia di intervenire concretamente è ben visibile anche al di fuori dei confini africani. Qualche mese fa, la Cina ha inviato un miliardo di dollari in aiuti umanitari al Venezuela che ha sancito l’intensificarsi dei rapporti fra questi due Paesi e ha manifestato la volontà cinese di espandersi sia politicamente che economicamente in Sud-America e in America Centrale. In Venezuela, Pechino ha intenzione di saldare gran parte del debito pubblico venezuelano in cambio di petrolio, diventando un punto di riferimento anche per gli altri Paesi dell’America Latina riducendo l’influenza statunitense. Dal 2005 ad oggi la Cina ha già erogato 150 miliardi di dollari di prestiti a diversi Paesi del Sud America e, dunque, sembrerebbe che la Nuova Via della Seta non si limiterà soltanto all’Eurasia.

Tassello fondamentale della politica cinese in America Centrale sarà, invece, la Repubblica Dominicana. Lo scorso 1° maggio il ministro degli Esteri della Repubblica Dominicana, Miguel Vargas Maldonado, e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, hanno firmato un accordo congiunto che sancisce l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Lo Stato caraibico afferma di riconoscere solo e unicamente la Repubblica Popolare Cinese e che Taiwan ne è un territorio inalienabile. Di fatto, La Repubblica Dominicana riconosce che Taiwan è un territorio cinese a tutti gli effetti, negando a quest’ultimo la possibilità di accordi bilaterali nel futuro (stessa strategia utilizzata dal Mozambico per accaparrarsi i prestiti di Pechino). Come contropartita, la Repubblica Dominicana, riceverà 3,1 miliardi di dollari, da investire in progetti infrastrutturali, una nuova superstrada e una nuova centrale termoelettrica a gas naturale e una nuova ferrovia.

Pechino è, dunque, riuscita a spezzare una relazione tra Repubblica Dominica e Taiwan che durava da 77 anni, cioè da ancor prima della guerra civile che portò Chiang Kai-shek a cercare un rifugio forzato nell’isola di Formosa.

La “conquista” di Santo Domingo è avvenuta attraverso un’avvolgente politica economica informale nei confronti dello Stato caraibico. Infatti, anche prima del riconoscimento diplomatico, la Cina era già il secondo partner economico del Paese sull’isola di Hispaniola, con un interscambio commerciale di circa due miliardi di dollari nel 2017. Occorre osservare che la Repubblica Domenicana è anche uno degli Stati più dinamici dell’America Latina registrando una crescita del Pil del 6,6% nel 2016 e del 4,8% nel 2017.

Le ambizioni cinesi non sembrano limitarsi, dunque, all’Africa e al Medio Oriente ma hanno come obiettivo anche tutta la zona del Sud e Centro America, anche in risposta alla stringente politica commerciale contro la Cina di Trump.

 

Scritto da Garruba Luca

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