Il dominio cinese in Africa e i vantaggi che può trarne l’Italia

La Cina continua a puntare decisa il continente africano. E’ quanto emerge dal Forum sulla Cooperazione Cina-Africa, dove il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato una manovra da 60 miliardi di dollari che saranno stanziati nell’arco di tre anni per lo sviluppo del continente africano. Investimenti, prestiti e finanziamenti a nove zeri in quello che è stato definito dallo stesso Xi Jinping un progetto dal destino condiviso e senza fine politico collegato. Nel precedente summit di tre anni fa, Pechino aveva già offerto ai Paesi africani 60 miliardi di dollari in finanziamenti.

L’obiettivo della Cina è quello di accelerare la costituzione della nuova via della Seta (One Belt, One Road Initiative) via mare e via terra annunciata già cinque anni fa dallo stesso presidente cinese, che andrebbe a creare una stretta cooperazione economica tra Estremo Oriente, Asia, Medio Oriente, Europa e Africa.

Entro il 2022 la Cina conta di portare a termine un totale di 8 principali iniziative con i Paesi africani. In particolar modo, sarà creato un collegamento permanente di libero scambio, verrà offerto pieno supporto per il raggiungimento della sicurezza alimentare entro il 2030 e verrà stanziato un miliardo di yuan (146,3 milioni di dollari) in aiuti umanitari d’emergenza per i Paesi afflitti da calamità naturali. Pechino, inoltre, si impegnerà a costruire nuove infrastrutture al fine di agevolare settori come quello energetico e dei trasporti, avviando un centinaio di progetti volti a facilitare lo scambio commerciale tra i Paesi africani assicurando uno sviluppo ecosostenibile. Il Governo cinese , tuttavia, sa bene che per portare a termine tali progetti c’è la necessità di assicurare una stabilità socio-politica duratura. Per tale motivo sarà creato un fondo “China-Africa” per la pace, per la cooperazione sulla sicurezza e per le operazioni di peace-keeping. In aggiunta, svilupperà programmi di formazione dedicati alle generazioni più giovani e allo scambio culturale e medico.

Vediamo ora, più nel dettaglio, come verranno utilizzati i 60 miliardi annunciati da Xi:

  • 15 miliardi saranno dedicati agli aiuti, ai prestiti senza interessi e ai finanziamenti agevolati;
  • 20 miliardi saranno inseriti in una linea di credito;
  • 10 miliardi saranno destinati al fondo per lo sviluppo “China-Africa”;
  • 5 miliardi di fondi speciali per l’import dall’Africa;
  • infine, le compagnie cinesi saranno incoraggiate ad investire non meno di 10 miliardi nel triennio nei Paesi meno sviluppati, pesantemente indebitati, senza sbocchi sul mare.

Chiaramente la missione della Cina non è una missione umanitaria. Il continente africano è un immenso bacino di metalli e pietre preziose, tra cui rame, nickel, platino, oro e diamanti oltre che di risorse energetiche e naturali, quali petrolio, uranio, acqua e legname. La Cina ha bisogno di carburante ed energia per alimentare il suo incessante progresso economico, nonché di diversificare la propria strategia di investimento. Il relativo deprezzamento del dollaro crea la necessità per la Cina, primo investitore straniero del debito americano, di impiegare le riserve di valuta estera in asset affidabili. Le miniere e i cantieri africani servono, dunque, anche a tale scopo.

Occorre osservare, tuttavia, che tutti questi investimenti accolti con favore dai Paesi africani, che desiderano accelerare il proprio sviluppo economico, hanno allo stesso tempo accresciuto il loro indebitamento e la loro dipendenza nei confronti della Cina. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha espresso preoccupazione per il caso del Gibuti: il debito pubblico estero del piccolo Paese sul Corno d’Africa è cresciuto dal 50% all’85% del PIL in due anni a causa dei debiti dovuti a Exim Bank, banca statale cinese.

La presenza sul territorio africano è pervasiva e capillare: dai paesi del Maghreb fino al Sud Africa, le attività cinesi si concentrano nel settore estrattivo, in particolare nello sfruttamento di giacimenti petroliferi, e nell’edilizia. Se la focalizzazione sull’estrazione di metalli e fonti energetiche, permette alla Cina di variare il proprio portafoglio di attività, vi sono risvolti opposti dal punto di vista dei paesi africani. Infatti tale approccio, a lungo termine, soffoca la possibile sperimentazione di altri settori economici e il loro sviluppo, rendendo l’economia africana eccessivamente dipendente da un solo tipo di business.
L’influenza è estesa anche su Stati che non possiedono risorse d’interesse, un esempio è il Malawi, che dal 2008 ha interrotto i rapporti con Taiwan. In questo caso, i cinesi sono intervenuti nella costruzione di edifici moderni e lussuosi, prima che nella fornitura di servizi indispensabili: la relazione commerciale si svolge in maniera incoerente con i bisogni effettivi del paese stesso e della sua popolazione, e anche con gli obiettivi economici della Cina.

Ma come mai allora la Cina ha un tale successo tra i governi africani? A differenza dei paesi occidentali, la Cina adotta una politica di fare piuttosto che istruire. I paesi occidentali tentano, diversamente, di formare e indirizzare i governi africani verso uno sviluppo coerente e razionale che, tuttavia, porta risultati poco tangibili nel breve termine. Il legame tra Cina e Africa è consolidato dalla concretezza e determinazione cinese nel portare avanti i progetti incondizionatamente. Questa è la chiave di lettura per comprendere la conquista politica ed economica della Cina sull’Africa, e allo stesso tempo, la ragione dell’evanescenza del peso occidentale sul continente africano e a livello globale. Il clima di incertezza economica fa temere ai Paesi africani che uno sviluppo a lungo termine non arriverà mai, preferendo dunque le politiche economiche e di espansione della Cina.

In questo contesto cerca di inserirsi l’Italia attraverso la “Task Force Cina” creata dal nuovo governo italiano per rilanciare l’economia nazionale. Guidata da Michele Geraci, Sottosegretario allo Sviluppo Economico e massimo esperto di Cina, tale iniziativa mira a rafforzare il dialogo economico con Pechino, aumentando la cooperazione commerciali e sugli investimenti. La missione, conclusasi lo scorso 8 settembre, ha condotto alla firma del Memorandum of Understanding negoziato da MISE e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la NDRC, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi.

L’idea del Governo italiano è, dunque, quella di inserirsi nella nuova Via della Seta e di cominciare ad investire in Africa attraverso la cooperazione con la Cina. Secondo quanto affermato da Geraci, “l’Italia dispone di varie eccellenze in settori di cui l’Africa ha bisogno, tra cui agricoltura, sicurezza alimentare, dove siamo all’avanguardia, macchinari agricoli e società che costruiscono infrastrutture in giro per il mondo”. L’Italia può, dunque, aiutare la Cina ad aiutare l’Africa. Ciò permetterà alle imprese italiane, che intendono investire in Africa, di entrare in questo mercato da una corsia preferenziale garantita dalla Cina.

Le imprese italiane dovranno, inoltre, evitare gli errori commessi nell’export verso Pechino, ovvero vendere ai cinesi quello che noi produciamo, nella auto-illusione che tutti debbano comprare i nostri prodotti perché sono i migliori. Le imprese italiane che hanno avuto maggior successo sono quelle che hanno venduto ai cinesi ciò che volevano i cinesi. Ad esempio nella sicurezza alimentare: la classe media cinese è composta da 250 milioni individui disposti a spendere per essere certi che il cibo non sia contaminato. Dunque, non dobbiamo vendere la pizza ma dobbiamo vendere la pizza che non fa male ai bambini. Stesso discorso dovrà essere fatto per gli investimenti in Africa, individuare dunque i settori che necessitano del nostro know-how tecnologico ed entrare in questi mercati rispondendo in modo puntuale alla domanda effettiva di alcuni prodotti.

Agevolare l’ingresso di capitali cinesi permetterà di stabilizzare la politica e l’economia di diversi paesi africani dove sono già presenti aziende italiane. Ciò aiuterà anche a razionalizzare e ridurre il flusso migratorio. Su questo argomento il Sottosegretario Geraci è stato molto chiaro: “Il problema è come stabilizzare la situazione sociale ed economica dell’Africa. Per farlo la Cina può venirci in aiuto. Pechino ha investito in Africa oltre 300 miliardi. Numeri, fatti, senza ideologia. Il tasso di povertà in Cina ha cominciato a decrescere a partire dalla metà degli anni ’90 (dal 60% al 40%) in coincidenza con l’aumento degli investimenti cinesi in Africa. Le infrastrutture nel continente africano migliorano, il Pil sale. La Cina sta portando in Africa il proprio modello di sviluppo basato su infrastrutture e urbanizzazione. Pechino non è Babbo Natale, non fa beneficienza. Va in Africa perché ha interessi commerciali, investe in risorse naturali ed energia. Gli interessi cinesi coincidono con la spinta positiva allo sviluppo sociale ed economico del continente africano. Prima che la Cina investisse in Africa, tra gli anni ’50 e gli anni ’90, il numero dei poveri era raddoppiato; il modello dell’occidente in Africa non ha dato i risultati sperati. Vogliamo avere un flusso migratorio incontrollato dall’Africa all’Europa? Non dobbiamo sottovalutare che accogliere migranti dall’Africa crea anche un forte problema per gli Stati africani che si vedono svuotati delle risorse produttive, probabilmente quelle migliori. Vogliamo che l’Africa si svuoti di risorse e di cervelli? Perché questa è la vera trappola. La Cina offre all’Europa, e all’Italia in particolare, un’opportunità storica di cooperazione per la stabilizzazione socio-economica dell’Africa che non possiamo assolutamente lasciarci sfuggire; dobbiamo quindi rafforzare la cooperazione tra in Italia e Cina in Africa”.

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