I Paesi ASEAN si muovono in blocco per confermarsi la vera alternativa al mercato cinese

Il prolungarsi delle trattative USA-Cina sull’alleggerimento dei dazi doganali e i continui rinvii voluti soprattutto dal presidente Trump, probabilmente al fine di firmare gli accordi in prossimità delle nuove elezioni presidenziali, costringono diverse imprese internazionali a guardare oltre i confini cinesi. Diversificare le proprie catene di approvvigionamento è divenuta ormai una scelta inevitabile e i governi dei Paesi ASEAN tentano di approfittarne varando diversi pacchetti di incentivi al fine attirare le imprese colpite direttamente ed indirettamente dalla guerra commerciale USA-Cina.

Stati come Thailandia, Filippine, Malesia e Indonesia hanno introdotto agevolazioni fiscali e iniziative per migliorare il business environment (già deficitario in Cina) mentre Vietnam, Singapore e Cambogia hanno accelerato le riforme commerciali, come l’esecuzione di accordi di libero scambio (ALS) e sulla doppia imposizione fiscale (DTA).

Andiamo, dunque, ad analizzare le caratteristiche di tali pacchetti di riforme economiche poiché gli ultimi sviluppi mostrano come i membri dell’ASEAN si stiano distinguendo dalla concorrenza, attirando un numero sempre più considerevole di imprese straniere.

Thailand Plus

Come già annunciato in un nostro articolo di qualche settimana fa, la Thailandia ha introdotto un pacchetto di stimolo chiamato “Thailand Plus” che copre sette punti chiave tra cui l’introduzione di nuovi incentivi e detrazioni fiscali.

La Thailandia offre già agli investitori esenzioni dall’imposta sul reddito delle società (CIT) attraverso il corridoio economico orientale, ma Thailand Plus consente anche alle società di beneficiare di ulteriori riduzioni qualora investano almeno 1 miliardo di Bhat (32 milioni di dollari) e facciano domanda per l’incentivo prima del 2020.

Gli investitori che stanno sviluppando tecnologia avanzata, impegnandosi in sistemi di automazione o impiegando persone altamente qualificate nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (STEM), possono ricevere detrazioni fiscali addirittura fino al 200%.

Inoltre, il Governo modificherà la legge principale che regola le attività commerciali estere per semplificare il processo di acquisizione di visti e permessi di lavoro, al fine di migliorare la condivisione delle informazioni tra il Governo e le agenzie locali competenti.

La Thailandia si adopererà per espandere la propria rete di ALS nell’ambito di Thailand Plus, rilanciando l’ALS Thailandia-UE e aderendo all’accordo globale e progressivo per il partenariato trans-pacifico. Inoltre, verranno sviluppate zone economiche speciali esclusive per le società della Corea del Sud, del Giappone, della Cina e degli Stati Uniti.

Infine, gli investitori stranieri già operanti nel Paese, in particolare nei settori manifatturieri di alto valore come l’elettronica, l’automotive, l’aerospaziale e i servizi di manutenzione, riparazione e revisione (MRO), potrebbero beneficiare ulteriormente di tale pacchetto.

Le Filippine e le riforme per agevolare gli investimenti stranieri

Nel settembre 2019, le Filippine hanno introdotto diverse riforme volte ad agevolare gli investimenti diretti esteri. Sono state introdotte diverse agevolazioni sull’imposta sul reddito delle società, che ridurranno tale imposta dal 30 al 20% entro dieci anni, oltre a razionalizzare specifici incentivi fiscali. Occorre osservare che tale manovra si è resa necessaria poiché l’imposta al 30% è la più alta del blocco ASEAN.

Tali emendamenti rientrano in un programma globale di riforma del pacchetto fiscale del Governo che mira ad aumentare gli investimenti esteri, stimolare la crescita dell’occupazione e consentire alle piccole e medie imprese nazionali di essere maggiormente competitive a livello regionale.

Tale programma rientra nelle riforme previste dal Piano Quinquennale filippino che terminerà nel 2022, che aveva tra gli obiettivi principali anche quello di veicolare gli investimenti stranieri anche al di fuori dell’area di Metro Manila. Gli investimenti al di fuori di tale zona, infatti, potrebbero aiutare il Paese a sviluppare le sue infrastrutture e le catene di approvvigionamento per competere più facilmente con altri paesi dell’ASEAN.

Per incoraggiare ulteriormente gli investimenti esteri, i legislatori hanno modificato anche due disposizioni della Foreign Investment Act del 1991.

Le modifiche includono la possibilità di agevolare l’ingresso nel Paese di professionisti stranieri per migliorare l’expertise dei lavoratori locali. Inoltre, è stato ridotto il numero minimo di assunzioni locali obbligatorie da parte di investitori stranieri da 50 a 15 ed è stato introdotta la possibilità per gli investitori stranieri di possedere il 100% della proprietà delle PMI.

Il Governo ha anche rivisto la legge sul servizio pubblico e la legge sulla liberalizzazione del commercio al dettaglio. Diversi settori riservati esclusivamente ad investimenti statali, come telecomunicazioni e trasporti, d’ora in poi saranno, invece, aperti anche a capitali stranieri.

La razionalizzazione degli incentivi della Malesia

La Malesia ha deciso di razionalizzare gli incentivi rivolti alle imprese straniere mirando a togliere una buona fetta di mercato alla Cina.

L’obiettivo degli incentivi sono, in particolar modo, le aziende facenti parte della classifica Fortune Global 500. Tale classifica comprende le prime 500 aziende per fatturato (tra cui Walmart, Toyota, Shell, Apple, Eni) e viene stilata ogni anno dalla rivista “Fortune”. La Malesia intende rivolgersi a tali multinazionali, in particolar modo quelle che si occupano di high-tech, produzione o distribuzione. Le aziende qualificate dovranno investire almeno 5 miliardi di Ringgit (1,1 miliardi di dollari) in Malesia, al fine di ottenere dal Governo 1 miliardo di Ringgit (238 milioni di dollari) in incentivi per cinque anni.

Inoltre, la Malesia istituirà un canale esclusivo per soddisfare gli investitori cinesi ed ha progettato un panel dedicato per accelerare gli investimenti delle imprese statunitensi e cinesi che desiderano spostare le operazioni fuori dalla Cina.

Tra gli incentivi varati dal Governo malese è presente anche una sovvenzione per lo sviluppo dell’economia digitale. L’obiettivo è far progredire l’industria del FinTech attraverso l’introduzione di nuove tecnologie, la riqualificazione della forza lavoro locale e lo sviluppo di nuovi sottosettori dell’elettronica.

Gli incentivi fiscali indonesiani

L’Indonesia ha introdotto il GR 45/2019, varando una serie di incentivi fiscali per le imprese che investono in settori ad alta intensità di manodopera, in programmi di formazione e di ricerca e sviluppo. Tale mossa ha l’obiettivo di raccogliere ulteriori investimenti stranieri, ampliare il bacino di lavoratori locali qualificati e far progredire rapidamente diversi settori.

Il GR 45/2019 può essere particolarmente vantaggioso per le società straniere che desiderano stabilire una base di produzione in Indonesia per settori quali tessili, materie prime e servizi.

Gli investitori che si impegnano in iniziative di ricerca e sviluppo riceveranno diverse agevolazioni fiscali, fino al 300% sul totale dei costi sostenuti. Tale incentivo è progettato per incoraggiare un numero maggiore di aziende a generare innovazione passando per settori e prodotti ad alta tecnologia.

Il Vietnam la prima alternativa concreta alla Cina

Il rimodellamento della catena di approvvigionamento globale ha ampiamente giovato al Vietnam rispetto ad altri paesi ASEAN, il quale già si trovava in una situazione di vantaggio a livello di crescita economica.

Il Vietnam mantiene costi competitivi, salari bassi, infrastrutture sviluppate e incentivi fiscali in diversi settori. La combinazione di tali fattori, così come la vicinanza del paese alla Cina, ha permesso al Vietnam di emergere come il principale vincitore della guerra commerciale senza la necessità di offrire ulteriori incentivi.

Tuttavia, il Governo ha cercato di rendere più agevole e redditizio il doing business in Vietnam e il suo sviluppo economico più sostenibile. Di recente, il Governo ha emanato un decreto che fornisce alle imprese scientifiche e tecnologiche un trattamento preferenziale che va dai tagli sul reddito delle società alle esenzioni sugli incentivi sul credito, oltre a esenzioni e riduzioni delle tasse sulla locazione dei terreni.

Il governo vietnamita ha altresì annunciato un piano per la privatizzazione delle imprese statali mediante l’equalizzazione e la cessione del capitale statale di centinaia di imprese entro il 2020. Questa mossa rappresenta un’opportunità per investitori stranieri e locali in settori come l’agricoltura e la silvicoltura, dove il Vietnam offre un forte vantaggio sul costo del lavoro rispetto agli altri vicini dell’ASEAN.

Infine, non va dimenticato che il Paese ha firmato accordi di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e recentemente con l’Unione Europea (UE). Quest’ultimo coincide con l’accordo quadro globale di partenariato e cooperazione Vietnam-UE che approfondirà i rapporti economici e di investimento.

Singapore continuerà ad essere la porta di accesso all’ASEAN

Singapore presenta uno dei regimi fiscali più favorevoli agli investitori e agli affari del mondo, un sistema di diritto comune trasparente, seguito da procedure efficienti ed una burocrazia snella e digitale.

Tali fattori continueranno a rendere il Paese la destinazione ideale per gli investitori stranieri che desiderano espandersi nell’ASEAN e in Asia.

Simile al Vietnam, Singapore si distingue già dalla maggior parte dei paesi dell’ASEAN e non ha bisogno di sviluppare strategie particolari sulla guerra commerciale, grazie alla sapiente costruzione di riforme economiche costruita nel corso degli anni.

Singapore, inoltre, ha avuto successo nel firmare accordi di libero scambio al fine di agevolare gli investimenti stranieri. Sebbene i suoi vicini dell’ASEAN abbiano anch’essi forti reti di accordi commerciali, tali non sono così estese come quelle di Singapore che è coinvolta in 24 accordi di libero scambio e in 85 accordi sulla doppia imposizione fiscale.

È stato recentemente firmato un ulteriore accordo di libero scambio con la EAEU che contribuirà a facilitare gli investimenti russi in Asia. Inoltre, all’inizio di quest’anno l’UE ha ratificato e approvato un accordo di libero scambio firmato con Singapore, insieme ad altri due accordi: l’accordo di protezione degli investimenti UE-Singapore e l’accordo di partenariato e cooperazione UE-Singapore.

Nell’ottobre 2019, Singapore e Cina hanno, inoltre, aggiornato il proprio attuale accordo di libero scambio. Il nuovo accordo copre la cooperazione in sei settori, compresi gli investimenti, con entrambi i Paesi che concordano di offrire reciprocamente alti livelli di protezione degli investimenti, rafforzando le loro relazioni economiche.

La guerra commerciale ha anche intensificato il dibattito su chi, tra Singapore e Hong Kong, sia effettivamente il principale centro finanziario asiatico. Oltre ad avere più accordi di libero scambio rispetto ad Hong Kong, Singapore offre agli investitori una comunità imprenditoriale diversificata con oltre 7000 aziende multinazionali che operano da Singapore verso il resto dell’Asia.

Il resto dell’ASEAN e il RCEP

I restanti Paesi dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Laos, Myanmar) non hanno messo in atto schemi specifici per approfittare della guerra commerciale, tuttavia hanno iniziato a prendere alcune misure concrete al fine attrarre investimenti stranieri.

Il Myanmar ha affermato recentemente di aver puntato maggiormente sugli investimenti stranieri a causa del proseguire della guerra commerciale, cercando di accelerare soprattutto lo sviluppo delle infrastrutture.

Più concretamente, la Cambogia ha ratificato un accordo di elusione della doppia imposizione e prevenzione dell’evasione fiscale in materia di imposta sul reddito con Hong Kong. Il Paese ha anche ratificato degli accordi con altri Paesi della regione, tra cui Singapore, Cina, Thailandia, Vietnam, Brunei e Indonesia.

La Cambogia sta perseguendo, inoltre, ulteriori riforme nell’ambito della sua politica di sviluppo industriale, al fine di diversificare l’industria (sono previsti incentivi per le aziende manifatturiere, escluso il tessile), tagliare i costi delle imprese, rafforzare il settore della logistica e sviluppare l’economia digitale.

A livello regionale, tutti i paesi dell’ASEAN mirano a firmare, nel 2020, l’accordo di partenariato economico globale regionale (RCEP). Il RCEP sarebbe il più grande accordo commerciale del mondo e comprenderà anche i partner commerciali storici dell’ASEAN come Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud.

Tale macro accordo promuoverebbe, inoltre, il commercio in tutto il gruppo abbassando le tariffe, standardizzando le regole e le procedure ed espandendo l’accesso al mercato; ciò aiuterebbe, dunque, tutti i membri a mitigare l’impatto negativo della guerra commerciale USA-Cina, sfruttando nuove opportunità commerciali. L’ASEAN, una volta che avrà sviluppato tale accordo, potrà realmente considerarsi la vera alternativa alla Cina, non più a livello di singoli stati ma a livello regionale. Diversi analisti, infatti, concordano ancora sul fatto che il blocco ASEAN diventerà la quarta economia mondiale entro il 2030.

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