Bangladesh, una promessa economica mai mantenuta

L’attentato di venerdì sera a Dhaka ha portato alla ribalta il Bangladesh, un Paese considerato da molti Terzo Mondo ma in realtà una delle economie asiatiche più promettenti.

Pochi sanno che a partire dal 2005, il Bangladesh ha cominciato ad esser considerato una delle nuove realtà emergenti del continente asiatico, confermato dalle ottimistiche previsioni della banca d’affari statunitense Goldman Sachs. Secondo l’istituto americano, il Paese sarebbe entrato nella lista dei Next 11, ovvero le 11 potenziali economie emergenti più promettenti che avrebbero preso il posto dei Paesi BRICS.

Negli ultimi 10 anni il Bangladesh ha dimostrato, effettivamente, il proprio potenziale economico, mantenendo una crescita media annua del PIL pari al 6%. Il Bangladesh sta sperimentando un percorso di crescita economica molto positivo, grazie alla performance delle esportazioni, che, negli ultimi dieci anni, si sono quadruplicate, raggiungendo i 28 miliardi di dollari nel 2015. Il Governo bengalese, inoltre, incentiva gli investimenti esteri mirati a stabilire in loco aziende votate all’export. Occorre sottolineare che le autorità hanno un atteggiamento positivo nei confronti degli investitori stranieri, in generale equiparati a quelli locali per quanto riguarda le politiche fiscali. Non vi sono, infatti, restrizioni al rimpatrio dei capitali e dei dividendi, come è ammessa la proprietà estera al 100%, salvo in alcuni settori strategici, tra cui difesa ed energia nucleare.

Tuttavia, si tratta di una crescita precaria e instabile essendo completamente assenti sistemi di sicurezza per i lavoratori e politiche in grado di garantire una crescita economica omogenea in tutto il Paese. La spinta alla crescita economica è garantita dal settore tessile con più di 4000 stabilimenti industriali e 3 milioni di operai, molti dei quali sotto i 24 anni, con uno stipendio medio di 37 dollari al mese.

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La carenza di infrastrutture adeguate, la sovrappopolazione e la corruzione creano rilevanti ostacoli allo sviluppo. Proprio la corruzione del Governo e la poca attenzione al monitoraggio della sicurezza del Paese sono state le cause del tragico attentato di Dhaka, che alimenta, altresì, le perplessità dell’ASEAN nei confronti del possibile ingresso del Bangladesh nell’Associazione. Proprio i negoziati per tale ingresso sono ancora in stand-by, finché il Governo bengalese non garantirà un’adeguata sicurezza nazionale ed un business environment che rispetti almeno i principi cardine della neonata Asean Economic Community (AEC).

Attualmente, il Governo ha tentato di diversificare l’economia puntando su altri settori oltre al tessile. Un settore fondamentale risulta essere l’agricoltura, soprattutto cerealicola, destinata in particolar modo al consumo interno; la principale coltura industriale è quella della iuta. Importante è anche la pesca, i cui prodotti sono in buona parte esportati. Le risorse minerarie, non adeguatamente sfruttate, comprendono petrolio, gas naturale e sale. Le principali attività industriali sono legate alla trasformazione dei prodotti agricoli (tabacco, tè, cuoio); vi sono inoltre stabilimenti chimici, petrolchimici e siderurgici, automobilistici, cantieristici, del cemento, della gomma e del vetro.

Recentemente, sono state istituite, nei due principali centri urbani del Paese, Dhaka e Chittagong, anche delle export processing zones, aree nelle quali vi sono vantaggiose concessioni fiscali alle società (che producono per esportare) che vi si stabiliscono, oltre che infrastrutture in grado di assicurare un contesto idoneo per le attività produttive.

Tuttavia, difficoltosa diversificazione dell’economia costringe il Bangladesh allo sfruttamento intensivo del settore manifatturiero, mantenendo il costo della manodopera a prezzi ridotti che costringe la classe operaia ad un soglia vicina alla povertà. Ciò non permette la nascita di un folto bacino di consumatori che garantirebbe lo sviluppo di altri settori del terziario.

Per quanto concerne il settore bancario, invece, circa il 45% degli asset del settore bancario è detenuto dalle quattro banche statali (Sonali Bank, Janata Bank, agrani Bank e rupali Bank). Sono presenti, altresì, circa trenta banche commerciali private, di cui circa dieci a capitale straniero.

Le banche pubbliche sono caratterizzate da una latente inefficienza. la capitalizzazione è bassa e la quota dei Non performing loans (npl) è elevata (27% sul totale attivo). Nonostante ciò, in caso di difficoltà, godono del sostegno finanziario da parte della Banca Centrale. Inoltre, le banche private hanno una maggiore solidità patrimoniale e minori livelli di crediti incagliati (6% sul totale attivo).

Per quanto riguarda il nostro Paese, infine, il Bangladesh è l’87° mercato di destinazione dell’export a livello mondiale e il 52° di approvvigionamento. Le consistenti importazioni dal Bangladesh (oltre un miliardo di euro nel 2014), costituite pressoché totalmente da tessile e abbigliamento, lasciano il saldo commerciale tra i due Paesi in negativo per l’Italia. Le maggiori opportunità di investimento continuano a risiedere nelle infrastrutture, nel settore dei servizi e soprattutto nel comparto tessile.

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