Asean Economic Community, la situazione a pochi giorni dal via

Dopo il vertice di Kuala Lumpur, del 22 novembre scorso, dove è stata firmata la dichiarazione costitutiva della Asean Economic Community (AEC), il 31 dicembre tale organizzazione prenderà formalmente il via.

Sarà creato, dunque, uno spazio economico comune finalizzato al libero movimento di merci, capitali e lavoratori specializzati in una regione che conta più di 600 milioni di persone (con un Pil complessivo di circa 2.600 miliardi di dollari) ed è caratterizzata da profonde diversita’ politiche e culturali. Tali diversità possono essere riassunte nel fatto che Vietnam e Laos sono ancora sotto la guida di un partito comunista, la Thailandia e’ attualmente governata da una giunta militare, il Myanmar è in una fase di transizione democratica dopo decenni di dittatura militare, il Brunei è una monarchia quasi-patrimoniale, la Cambogia e’ retta in modo autoritario e la democratica Indonesia rappresenta il piu’ popoloso Paese musulmano del mondo. Singapore, la Malaysia e le Filippine, diversamente, presentano una situazione più stabile e più democratica.
Durante l’incontro a Kuala Lumpur è stata firmata, inoltre, una “Kuala Lumpur Declaration on Asean 2025: Forging Ahead Together”, per delinearne il programma e gli obiettivi per il prossimo decennio.

Il supporto politico appare vasto in favore di una maggiore integrazione economica. Tuttavia, in un comunicato congiunto, l’Asean People’s Forum e l’Asean Civil Society Conference hanno sottolineato il rischio che l’Aec benefici maggiromente gli interessi delle grandi aziende che delle popolazioni, rischiando di aggravare la povertà e le ineguaglianze, anche tra singoli Paesi.

In questi giorni, antecedenti alla deadline del 31 dicembre, l’intera comunità ASEAN è concorde nel ridurre le proprie tariffe per l’import/export tra le proprie frontiere. Tuttavia Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam necessitano di maggior tempo per prepararsi. Diversamente, tutte le altre nazioni (Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia) sono già in accordo ed hanno conseguentemente ridotto le tariffe. Considerato che quest’ultimi Paesi includono i membri più grandi dell’ASEAN, tale deadline risulta fine a sé stessa. Delle sei nazioni di cui sopra, cinque rappresentano gli attori principali del commercio e del manifatturiero nei loro campi.

Il manifatturiero dell’Indonesia contribuisce per il 24% del PIL del Paese e i settori principali includono l’automotive, l’elettronica, il tessile, il calzaturiero, l’alimentare, l’olio di palma, i prodotti in metallo e i prodotti chimici. Occorre osservare che ill nuovo Governo sta varando una riforma delle infrastrutture al fine di collegare l’arcipelago di oltre 17.000 isole, in cui saranno coinvolte diverse imprese italiane. Inoltre, diversi sforzi si stanno per compiere anche al fine di migliorare il business environment, mediante misure che includono agevolazioni fiscali per gli esportatori manifatturieri.

Il settore manifatturiero della Malesia costituisce approssimativamente il 25% del PIL. L’elettronica rappresenta il settore principale, costituendo il 32,9% delle esportazioni. Altri settori chiave dell’export riguardano i prodotti petroliferi, i prodotti chimici, i macchinari, gli elettrodomestici e i relativi componenti, le apparecchiature ottiche e scientifiche. Occorre osservare, inoltre, che la Malesia ha creato programmi per aiutare i produttori con la GST (Good and Services Tax) che è entrata in vigore il 1 aprile 2015.

Nelle Filippine, il manifatturiero contribuisce approssimativamente per il 23% del PIL nazionale. Nel secondo trimestre di quest’anno, il manifatturiero è cresciuto del 10,8%. Il settore alimentare è al momento il comparto manifatturiero più grande ma settori industriali di fascia alta, come l’elettronica e i prodotti chimici, sono in crescita.

Il manifatturiero di Singapore conta approssimativamente per il 21% del PIL. Nel 2013, i prodotti chimici hanno rappresentato il 33,4% della produzione manifatturiera totale; l’elettronica, il 27,8%; la meccanica di precisione, l’11,4%; l’ingegneria dei trasporti, l’11,1%; la produzione biomedica, l’8,2%; il manifatturiero generale, l’8,1%. Il Governo offre importanti incentivi per una crescita guidata dalla produttività, inclusi pagamenti in contanti per formazione e ricerca e sviluppo. Singapore mantiene un tasso di imposta sulle società del 17% – il più basso tra tutte le nazioni ASEAN.

Con un valore di circa 120 milioni USD, nel 2013 il manifatturiero della Thailandia costituiva approssimativamente il 33% del PIL – la più alta percentuale tra tutti i paesi ASEAN, con un margine significativo. I settori chiave del manifatturiero comprendono la produzione di gioielli, apparecchiature elettroniche, prodotti tessili, computer e componenti, arredamento, prodotti petrolchimici e automobili. Oltre ad una forte industria per l’export, la Thailandia dispone anche di un crescente mercato interno con una progressiva crescita del bacino di consumatori.

Questi membri sono già in regola con le riduzioni delle tariffe doganali e ciò significa che i termini degli Accordi di Libero Scambio che l’ASEAN ha stipulato con Australia, Cina e India già vengono applicati. Sui quattro Paesi restanti, diversamente, si possono effettuare le seguenti considerazioni:

Per la Cambogia è risultato complesso tentare di migliorare il suo sistema e formare i suoi funzionari al fine di allineare la propria economia e la propria amministrazione agli standard ASEAN. Ad esempio, recentemente ha collaborato con il Governo di Singapore per introdurre Parchi industriali nazionali e procedure facilitate per il deposito di brevetti. In ogni caso, essa si trova già di fronte ad un significativo squilibrio commerciale con la Cina e gli accordi AEC potrebbero oscillare ancor più a favore di quest’ultima, causando potenziali attriti politici. La Cambogia è già vicina a Pechino tuttavia potrebbe rifiutarsi di essere considerata uno stato vassallo.

Il Laos è in una posizione simile a quella della Cambogia, ma politicamente più vicino alla Thailandia, con cui conduce molti dei suoi commerci. Il governo si è mostrato anche più disposto ad accogliere accordi bilaterali. Grazie ad un pre-esistente buon rapporto commerciale con la Thailandia e con un’economia laotiana meglio integrata, potrebbe essere senza dubbio più semplice che il Laos accetti la deadline del 2015.

Anche il Myanmar ha problemi con la deadline del 2015. Esso possiede uno dei ranking più bassi al mondo per quanto riguarda il capitale umano e sarebbe probabilmente inondato dalle importazioni cinesi a basso costo subito dopo l’implementazione delle norme AEC a scapito dell’industria locale. La sua attuale relazione con la Cina è difficoltosa, con diverse cancellazioni di progetti di infrastrutture da miliardi di dollari. Il potenziale del Myanmar è assicurato, essendo inserito tra la Cina e l’India, eppure una politica nazionale su come sfruttare al meglio tale fattore non è stata ancora varata e conseguentemente la deadline del 2015 potrebbe essere considerata prematura per permettere al Paese di adattarsi.

Diversamente, il Vietnam sta scalpitando per la deadline in arrivo. Il Paese si è strategicamente posizionato come un chiaro competitor manifatturiero della Cina. Una discussa riduzione del tasso dell’imposta sul reddito al 22% – tre punti al di sotto di quella cinese al 25% – può essere visto come un chiaro segnale che il Vietnam sia in attesa sia di un investimento della Cina nelle riduzione tariffarie.

La deadline AEC presuppone che i quattro Paesi sopra citati siano tutti compiacenti e capaci di assumere gli oneri e i vantaggi di un completo libero scambio entro la fine dell’anno. Tuttavia, anche se alcuni dei quattro Paesi non dovesse rispettare la deadline, non si tratterà certo di una grave criticità e l’impatto sarà minimo.

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